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CIBO: ODI ET AMO (3° parte)

CIBO: ODI ET AMO (3° parte)


del dr. Stefano Tricarico
D.U. Scienze e Tecnologie Alimentari
Zone Consultant


Cibo e psiche

Ma perché è così difficile mantenere una dieta?
Abbiamo visto come l'uomo viva il piacere di mangiare con il proprio cervello.
Tutti i segnali, le informazioni, le stimolazioni che riceviamo, sia esterne che interne, vengono filtrate, analizzate e codificate dai nostri sensi. I recettori sensoriali raccolgono questi dati trasformando gli stimoli in sensazioni, impulsi nervosi trasmessi alle regioni specializzate del nostro cervello, la corteccia cerebrale.
Tatto, gusto, udito, odorato e vista sono i nostri canali d’apprendimento culturali, da ”fuori” introduciamo ”dentro” quelle sensazioni che ci permettono di percepire il mondo esterno e trasmetterlo al nostro sé.
I sensi maggiormente stimolati dal cibo, il gusto e l'olfatto, si annidano nelle zone più primitive del cervello: sono i sensi arcaici, quelli che abbiamo sviluppato per primi nel nostro cammino evolutivo e l'alimento s’impregna del piacere e dell'aggressività originaria.

“Il cibo diviene una sostanza liminale, un transito fra natura e cultura, fra umano e animale, tra il fuori e il dentro” (Atkinson).

Il gusto e l'olfatto sono già in funzione prima della nascita, e potente è il nesso tra il ricordo e la dimensione emotiva del cibo. Dato che il cibo è un elemento del mondo materiale che incarna e organizza le nostre relazioni con il passato, secondo modalità socialmente significative, la relazione tra preferenze alimentari e ricordi può essere considerata simbiotica. I ricordi sono concretizzati, spesso rievocati (Proust), tramite il gusto e l’odorato. Gli effetti dei ricordi sono impressi sul corpo: nella postura, nel modo di camminare, nei gesti e nell’appetito per alcuni cibi. Il sapore, l’odore, la consistenza del cibo possono perciò servire ad innescare ricordi d’avvenimenti ed esperienze alimentari precedenti, mentre il ricordo può servire a delimitare le preferenze alimentari e le scelte basate sull’esperienza.
Preparare un pasto può suscitare ricordi d’avvenimenti passati, facendo riemergere, come per magia, le emozioni provate a quel tempo; oppure è la condivisione del pasto con un'altra persona che può renderci impazienti, l’anticipazione di una conseguenza emotiva.
Pensate al profumo dei biscotti o del pane appena sfornato o, viceversa, all’odore della zuppa di cavoli, che la nonna ci faceva mangiare a forza perché fa tanto bene.
È a livello dell'ipotalamo che le proiezioni olfattive si mescolano con altre proiezioni sensoriali: è così che l'olfatto interviene nei comportamenti sessuali e alimentari fondamentali.
E, sempre nella zona ipotalamica, avviene il controllo alimentare.
Nella sua porzione laterale, l'ipotalamo regola l'apporto dei nutrienti mediante lo stimolo dell'appetito, mentre la sua componente inibitoria è localizzata nella parte ventro-mediale che stimola il senso di sazietà.
Per questo la buona volontà, il sacrificio, tutti i buoni propositi hanno scarsissima incidenza su un retaggio animale della nostra antica condizione.

“A volte, gli eventi, le esperienze che si verificano nella vita dell'individuo hanno effetti profondi e duraturi non solo sulle sue caratteristiche mentali ed emotive, ma anche sulle caratteristiche anatomiche, fisiologiche e metaboliche dell'adulto (H. Bruch).

Emerge allora l'ipotesi che, nonostante tutta la propaganda informativa dei mass-media sulle diete ed il benessere fisico - il fitness - e per quanto sia penoso il sovrappeso e l'obesità nei casi patologici, ci siano tuttavia soggetti che riescono ad affrontare meglio la vita con qualche chilo in più.
L'obesità può servire da protezione contro una malattia più grave e rappresenta uno sforzo per restar sani o esser meno malati.
Il paziente grasso, obeso, si isola fisicamente grazie alla sua barriera protettiva, dato che non riesce a farlo a livello psichico. Servendosi della ripugnanza che ispira, tiene letteralmente gli altri a distanza.
E qui, miei cari aficionados, il mio povero vecchio cuore ha avuto un soprassalto.
Il Vecchio Scriba non può non trarre alcuni parallelismi.
Quanti di noi, cari Guerrieri del Ferro, quanti siamo che con le nostre Bench Press, con i nostri Squat e Stacchi da terra usiamo questi esercizi come forgia, come incudine dove modellare la nostra Corazza D’Argento: scolpire muscoli significa ergere un muro, una barriera protettiva a custodire la nostra fragile sensibilità, la nostra anima…e va bene, l’ho detto…ahimè! quale terreno inesplorato.
Prometto, ci torneremo in seguito, magari in un prossimo articolo…
E così quando il cibo da soddisfazione alimentare diventa una prova d'esistenza, allora s’incarica il cibo di un ruolo che non gli compete: per questo le tecniche e le regole alimentari naufragano, in gioco non è più la gola, la costanza di una persona, ma l'insicurezza circa la propria esistenza che non ha trovato realizzazione.
Ecco perché la maggior parte delle diete sono un fallimento: contare le calorie non serve se si trascura il motivo profondo degli attacchi di fame.


Cibo e disturbi

Oggi, si comincia a parlare di Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA), sigla che raggruppa disturbi come Anoressia Nervosa (AN), Bulimia Nervosa (BN), Disturbo da Alimentazione Incontrollata (BED), Obesità.
Considerati nel loro insieme, i DCA rappresentano un problema grave e diffuso soprattutto tra le adolescenti e le giovani donne.
Nei paesi occidentali, compresa l’Italia, nella fascia d’età 12-25 anni, su 100 ragazze 8-10 soffrono di un qualche disturbo del comportamento alimentare. Di queste, 1-2 presentano un DCA in forma grave (AN, BN), le altre di un qualche quadro aspecifico, più lieve e spesso transitorio.
Come abbiamo visto, vari fattori di diversa natura - biologica e psicologica, individuale e familiare, culturale - concorrono a determinare l’insorgenza dei DCA.
L’AN è un disturbo d’appannaggio pressoché esclusivo del sesso femminile, visto che almeno il 90 per cento dei casi diagnosticati colpisce adolescenti e giovani donne. Alcuni però, presentano aspetti psicopatologici di maggiore gravità e sembrano associarsi ad una prognosi psichiatrica più complicata. L’incremento dei casi, oggi riconosciuto e accettato a livello internazionale, si è evidenziato a partire dal periodo successivo al secondo conflitto mondiale, con un’ulteriore intensificazione negli anni Settanta. In parte, tuttavia, questo aumento è apparente, deriva soprattutto da un migliore riconoscimento diagnostico della sindrome.
Va comunque ricordato che, malgrado l’affinamento delle metodologie diagnostiche e la maggiore sensibilità riservata al disturbo dalla comunità medico-scientifica, sono ancora troppo numerosi i casi di DCA che non arrivano all’osservazione medica e non intraprendono adeguati percorsi terapeutici.
In aggiunta agli aspetti epidemiologici dell’AN, va citato il fatto che si tratta di una sindrome culture-bound, specifica d’alcuni paesi e di determinate culture e pressoché assente in altre.
Infatti, è riconoscibile di frequente nei paesi occidentali industrializzati, in Australia e Nuova Zelanda, in Sud Africa e in Giappone. È invece assente nei paesi poveri dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina. La sua diffusione nei paesi dell’Est europeo, nei paesi del Terzo Mondo e fra gli immigrati da nazioni povere verso nazioni ricche è legata a processi d’occidentalizzazione.
Tra i fattori predisponenti a lungo termine di tipo individuale, un posto significativo è occupato dal genere [sesso femminile] e dall’età [adolescenza, prima giovinezza].
E’ frequente il riscontro dell’insorgenza della malattia dopo una dieta non necessaria.
I tentativi di dieta durano in media da 5 a 6 mesi, con una perdita di peso effettiva collocata fra i 5,6 e gli 8,2 kg, ma raramente il calo ponderale ha una forma duratura, già a distanza di un anno si riacquistano oltre 3 kg, mentre in maniera più scoraggiante, considerando un lasso di tempo più lungo, a 5 anni i partecipanti ad uno studio di controllo pesavano addirittura 3,6 kg in più rispetto a prima. Finalmente allora l’attenzione degli specialisti si sta spostando dalla colpevolizzazione dell’individuo soprappeso alle conseguenze che un’eccessiva preoccupazione per il proprio aspetto fisico può produrre sull’insorgenza di DCA orientando l’attenzione su fattori genetici ed emotivi.
Tra le caratteristiche psicologiche, oltre a tratti ossessivi, perfezionismo mai soddisfatto ed aspettative esasperate, occupa un ruolo centrale un disturbo profondo dell’immagine corporea.
Una problematica relazione emotiva con il proprio corpo rappresenta un elemento prognostico di natura fondamentale.
Interventi terapeutici che non lavorino sulle componenti disfunzionali possono favorire apparenti “guarigioni”, gravate però, nel tempo, da elevati tassi di ricadute.
Diversi fattori familiari sono stati chiamati in causa quali elementi nel predisporre all’insorgenza di un DCA, ma non è questo il luogo né l’articolo giusto per trattarli in maniera esaustiva.
Di fondo, rimane la difficoltà di distinguere ciò che precede l’insorgenza della problematica da ciò che ne diventa la conseguenza.
Per quanto riguarda le cause che possono generare un atteggiamento “morboso” nei confronti del cibo, lo studio della storia naturale dei DCA ha evidenziato il ruolo che da questo punto di vista possono giocare eventi di vita, sebbene la correlazione sia più evidente per la BN.
Separazioni
e perdite affettive, modificazioni degli equilibri familiari, nuove richieste dagli ambienti d’appartenenza, esperienze sessuali, cambiamenti somatici e del vissuto psicologico al momento della pubertà, ne rappresentano esempi paradigmatici.
Una discussione a parte merita il ruolo che determinati interventi medici possono esercitare nel favorire l’insorgenza, il mantenimento e l’aggravamento di un DCA. La prescrizione di diete restrittive, in età adolescenziale, senza un’adeguata e approfondita valutazione dei fattori di rischio può avviare l’esordio del disturbo. D’altronde, l’impiego di rialimentazioni forzate, spesso condotte in regime di ricovero, non sostenute da un efficace aiuto psicoterapeutico e in grado di determinare aumenti di peso troppo rapidi, possono indurre la comparsa di reazioni emotive molto negative, seguite facilmente da ricadute e, talora, da tentativi di suicidio.
Come conclusione della descrizione dei fattori chiamati in causa nello sviluppo e nel mantenimento dei DCA, è importante sottolineare come questi disturbi nascondano la costante presenza di un disagio psichico profondo, radicato nel dominio delle relazioni interpersonali.
Quel disagio, sovente inascoltato, trova canali comunicativi disfunzionali, quali sono le manifestazioni cliniche di queste sindromi.
E’ come se la fenomenologia del disturbo, condizionata e plasmata dai fattori socioculturali, acquisisse il carattere di una richiesta d’aiuto, di un grido di dolore che in qualche modo ha bisogno di essere raccolto.

• Un regime dietetico rigoroso non serve solo a dimostrare a chi ci osserva il nostro elevato livello d’autocontrollo: da una dieta salutare ci aspettiamo di ottenere un corpo più snello, come segnale d’autodisciplina permanente verso tutte le persone con le quali entriamo in contatto.
• Un corpo soprappeso invece, parla d’ingordigia, mancanza d’autodisciplina, edonismo, autoindulgensa, mentre un corpo magro è sinonimo di controllo elevato, di gran capacità di trascendere i desideri della carne.


Il legame tra il peso corporeo e quantità e qualità dei cibi consumati è ormai un dato di fatto, al punto tale che qualsiasi altra spiegazione (o giustificazione) per un peso eccessivo tende ad essere rifiutata.
Spesso, poi, il disagio non è limitato al soggetto portatore della “patologia”, ma all’intero contesto familiare, i cui equilibri relazionali hanno giocato un ruolo determinante nella genesi dei comportamenti problematici.
Attribuire importanza alle figure dei genitori nel contribuire allo stato di salute mentale dell’individuo affetto da DCA non vuol dire colpevolizzarli.
Vuol dire radicare nel contesto delle relazioni e della loro qualità i percorsi che porteranno ad un adattamento psicosociale più o meno funzionale.
Vuol dire riconoscere la loro importanza nel condizionare lo sviluppo della personalità e delle sue disfunzioni.
Vuol dire anche farsi carico delle difficoltà degli individui che diventano genitori, riconoscendo la difficoltà di quel ruolo e cercando di fornire sostegno affinché possa essere esercitato al meglio.


Cibo: Odi et Amo

Emerge prepotentemente da questa nostra discussione l’indissolubile legame con il cibo che hanno le persone affette da una qualche forma di DCA. Rifiutato, anche se fortemente desiderato nell’anoressia, il cibo viene usato fino all’eccesso nei bulimici e negli obesi.
La caratteristica evidente però in tutti i casi trattati è che l’alimentazione, il cibo, è il loro terreno privato, l’unico sul quale tentano di esercitare un controllo che sfugge in altri contesti, l’unico nel quale altri non possono entrare: il problema comune è quello dell’autonomia.
Un tempo, per l’uomo, l'unica priorità era procurarsi il cibo e non diventarne per qualcun altro.
Per l'uomo primitivo, la ricerca del cibo costituiva l'attività e l'occupazione essenziale e nel corso dei secoli la selezione naturale ha vagliato, scelto o eliminato i prodotti più opportuni e vantaggiosi, creando abitudini e tabù a seconda dei climi e dei cicli. L'Istitute for Human Relations dell'università di Yale non segnala valori di riferimento antropologici per l'obesità presso i popoli primitivi.
Attualmente invece, colpisce il paradosso che nelle società dell'abbondanza l'obesità si trova di solito nelle classi povere ed inferiori, mentre una percentuale sproporzionata di pazienti proveniente da classi sociali superiori o da famiglie ultraricche è in cura per anoressia mentale. Negli Stati Uniti l'anoressia non viene segnalata fra la popolazione di colore o in altri gruppi sottoprivilegiati.
Studi condotti in ambito psicologico, attribuiscono all'atteggiamento ostile della società nei confronti dell'eccedenza ponderale l'aggravante ai problemi interiori oltreché metabolici degli obesi.
Accanto alle conseguenze sulla salute - aumento del rischio d’ictus, infarto, diabete, malattie cardiovascolari - il soprappeso incide anche a livello sociale.
E’ noto che le donne in soprappeso incontrano maggiori difficoltà a sposarsi, uomini e donne fuori forma faticano a trovare un lavoro e, quando lo trovano, il loro stipendio iniziale spesso è molto inferiore a quello dei colleghi di peso normale.
In definitiva, a fronte dei futuri danni fisici di un obeso, la campagna mediatica contro il peso eccessivo produce danni alla salute mentale nel presente del paziente sovrappeso.
Nuovi metodi d’approccio medico al problema del sovrappeso, comprendenti sia meccanismi fisiologici che psicologici, hanno favorito un'impostazione più tollerante (e più rispettosa) del problema.
Forse è troppo presto aspettarsi dalla società della "bellezza emaciata" un atteggiamento più tollerante verso i grassoni – e dei “grossi” (N.d.A.) – che, senza vedersi disprezzati e respinti forse con la loro "fisicità" reclamano soltanto un attestato d’esistenza.
In un certo senso, come tutte le malattie, anche la “ciccia” ha un ruolo funzionale, anzi terapeutico: ci s’ingrassa un po', per non morire.
Il Vecchio Scriba.


Bibliografia

"Manuale di terapia con gli alimenti" N. VALERIO
"Identikit del cervello" L. MECACCI
"Nutrizione e dietetica del cervello" A. RAIMONDI
"Patologia del comportamento alimentare" H. BRUCH
“S. M. D. C. A” Servizio Multidisciplinare dei Disturbi del Comportamento alimentare; M. G. SFORZA, M. MORELLI
“Anoressia e Bulimia: la svolta” A. SANTONI RUGIU, P. CALO’, P. DE GIACOMO
"La dietetica del cervello" J. M. BOURRE
"I misteri del corpo" SHERWIN B. NULAND
"Il corpo" U. GALIMBERTI
"Nei labirinti della mente" A. e A. OLIVERIO
“Neurologia” P. PINELLI, M. POLONI
“A Feast of Words: Banquets and Table Talk in Renaissance” M. JEANNERET
"Cibo per la mente" R. PELTON
“Donne che mangiano troppo” R. GOCKEL
“L’anima nel piatto” D. LUPTON
"L'origine dell'uomo" C. DARWIN
"Perché ci ammaliamo" R.M. NESSE e G.C. WILLIAMS
“Nutrients that modify brain function” R.J.WURTMAN Scientific A m.50-59, June1982
"Brain Research" MJ RALEIGH 559:181-90, 91


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